lunedì 26 dicembre 2011

... la cui identità ...

Un  incidente stradale è  così commentato sul sito di un quotidiano a diffusione nazionale:

...  il mezzo, la cui identità dell'autista non è stata diffusa ...

a parte il fatto che una identità non si diffonde ma si rivela,  sarebbe stato molto più semplice scrivere:

...  il mezzo, guidato da una persona la cui identità ...

... e si sarebbe pure evitata una atrocità sintattica!

lunedì 19 dicembre 2011

Benedetto vocabolario...


Abbiamo già criticato lo snobismo di chi si illude di essere brillante e originale usando parole di cui non conosce il significato. Oggi incontriamo, su un settimanale di notevoli ambizioni culturali, l'articolo di un tizio che si definisce "scrittore e creativo della comunicazione". Egli esamina, in modo non molto originale, questioni di politica editoriale e insiste sul fatto che certuni implementano il giro d'affari oppure si preparano a implementare,  contribuiscono a implementare e così via. Dal contesto si ricava che nelle intenzioni del nostro "creativo" il termine implementare significherebbe aumentare, incrementare, accrescere. In realtà si tratta di un calco dall'inglese "to implement", parola che si usa prevalentemente in campo informatico con il significato di mettere in funzione.
Forse il "creativo" dovrebbe tenere a freno la fantasia e  usare un po' il vocabolario...
Vocabolario che servirebbe anche a coloro che da qualche tempo usano l'espressione "piuttosto che" non con il normale significato avversativo (morirei di fame piuttosto che mangiare carne di cavallo) ma come congiunzione in un elenco (i miei clienti comprano mele piuttosto che pere piuttosto che pesche, la sola condizione è che siano biologiche).

sabato 19 novembre 2011

Aerare i locali ...

Una serie di consigli contro la diffusione  
dell'influenza redatti dal Ministero della  
salute si apre con un saggio ammonimento:  
"Areare spesso i locali in cui si  
soggiorna".
Si può supporre che il 
volenteroso autore intendesse dire aerare  
(dal latino aer=aria). E' vero, la  
differenza è sottile, ma un po' di  
attenzione non guasterebbe, visto che si  
tratta di un testo proveniente da una fonte  
ufficiale.

sabato 29 ottobre 2011

Brevità e chiarezza, condizioni per una comunicazione efficace!

Nel suo delizioso libro "L'italiano, lezioni semiserie" (Rizzoli, 2007) il giornalista Beppe Severgnini propone alcune versioni successive del medesimo testo:

La scrittura, per molti versi, ricorda la scultura. È meglio togliere piuttosto che aggiungere. Ma questo è un esercizio piuttosto faticoso, notoriamente, e molti preferiscono evitarlo, appena possibile. Ma in questo modo contribuiscono alla massa di parole inutilí che circolano per il nostro sistema solare. 



Scrivere è come scolpire. Meglio togliere che aggiungere. Ma è un esercizio faticoso, e qualcuno preferisce evitarlo. Così contribuisce alla massa di parole inutili a spasso per il nostro sistema solare.


 Scrivere è corne scolpire: bisogna togliere. Poiché è un esercizio faticoso, qualcuno preferisce evitarlo. Ecco spiegata la massa di parole inutili a spasso per il sisterna solare.

E' evidente che la versione più breve è anche la più scorrevole ed efficace: dice esattamente le stesse cose rispetto alla prima, usando 27 parole invece di 45.
Però è stata ottenuta con sforzo. La pulizia, la limpidezza, l'ordine quasi mai sono virtù naturali: devono essere perseguite consapevolmente. Quando ci si arriva si meritano almeno due medaglie: la prima per aver rispettato l'ambiente in cui viviamo, evitando lo spreco di carta e inchiostro, la seconda per aver risparmiato una perdita di tempo al lettore.

domenica 23 ottobre 2011

La lingua di certi professionisti dell'informazione (eppure dovrebbero essere maestri di comunicazione efficace!)

Qualche gioiello linguistico, dai giornali radio RAI:

... .i cadaveri erano avvolti in delle stuoie...  

... la ragazza era stata ricoverata per operarsi di appendicite...

... sarà una settimana di ripartenze lavorativamente parlando...  ( qui ci vuole una traduzione: finite le vacanze molti torneranno al lavoro)

sabato 10 settembre 2011

Spalmare...

Fra gli orrori linguistici che quotidianamente ci assediano,
meriterebbe uno dei primi posti l'uso del termine "spalmare" al posto di "distribuire", "suddividere", "ripartire". E' molto sgradevole che si dica "il pagamento della somma sarà spalmato su tre anni", mentre si potrebbe benissimo dire "sarà suddiviso". Ma è veramente abominevole l'affermazione relativa alla chiusura di una sede di una grande impresa, secondo cui: "I dipendenti in esubero saranno spalmati sulle rimanenti sedi".

mercoledì 24 agosto 2011

L'Accademia della Crusca un must, doveroso supportarla

Fra le news del giorno spicca in maniera particolarmente eclatante la notizia last minute della cancellazione della Crusca : sì, proprio l’Accademia che tanto ha fatto per boostare la nostra lingua, per giunta con un team ai minimi termini che incide pochissimo sul budget del ministero. Una low cost solution, insomma, che si pensava al riparo di tagli e manovre. E infatti contro la proposta si sono levate diverse voci bipartisan tutte a sottolineare come il suo lavoro non stop abbia giocato un ruolo leader nel tutelare l’italiano, come è parlato dai native speaker, contro il trend dell’escalation pro-english. Fra gli altri, l’Ordine dei giornalisti annuncia un’agenda ben precisa di iniziative incentrate su una piattaforma no tagli. « Siamo determinati a stoppare questo nonsense », recita una press release dell’Ordine. « Pensiamo che la Crusca è un punto di riferimento eccitante per l’uso quotidiano della lingua italiana che è il nostro core business, e non si può assolutamente pensare di fare senza. La lingua ha bisogno di governance, ormai è cominciato il count down e rischiamo di sprofondare nell’italiano trash. Proponiamo fra l’altro che tutti i fan dell’Accademia si organizzino come testimonial su Twitter per creare un Crusca Day così che l’ italiano non perda la sua audience e resti operazionale il suo più autentico sponsor. Yes, we can ! »

Cristina Cona

domenica 31 luglio 2011

Ovvero?

La congiunzione "ovvero" è sempre stata usata con funzione esplicativa: "cioè", "ossia", "intendo dire".
Esempi:

... è stato premiato con una borsa di studio, ovvero una somma che gli consente...

... l'autore della "Vita nova" ovvero Dante Alighieri...

Un giorno un burocrate ha deciso, per chissà quale capriccio, o per pura e semplice asinità, che "ovvero" dovesse essere usato - al posto di "oppure" - per indicare l'opposizione fra due possibilità che si escludono reciprocamente.
Da quel momento nei testi burocratici - e solo in essi - si può leggere:

... il lavoratore può scegliere il sistema retributivo ovvero il sistema contributivo.

... nelle strade a due corsie ovvero a corsia unica...

Con conseguente attacco di cefalea ovvero mal di testa da parte di chi legge!.

domenica 24 luglio 2011

Medium, Media, Midia

Medium è un termine latino che porta con sé l'idea di "porre in mezzo" o "mettere in comune". Nel linguaggio dei fenomeni paranormali il medium è colui che si pone fra il mondo dei vivi e quello dei defunti, mettendo in comunicazione gli uni con gli altri. Di qui l'uso di chiamare media (plurale di medium) i mezzi di comunicazione, che permettono di stabilire un collegamento fra  chi emette un messaggio e chi lo riceve. Quest'uso è partito dagli Stati Uniti (ricordiamo che nella lingua inglese i termini latini sono molto più numerosi di quanto si pensi), ma non si riesce a capire per qual motivo, se gli anglofoni non sanno pronunciare correttamente la parola media e la trasformano in mìdia, gli italofoni debbano seguirli su questa ridicola via.
I mezzi di comunicazione di massa che invadono in modo martellante la nostra vita quotidiana sono dunque media (plurale di medium) e non midia.




venerdì 22 luglio 2011

L'inglese dei poveri

Nulla è più inutile e improduttivo del purismo, l'atteggiamento di chi pensa di poter utilizzare una lingua italiana imbalsamata, impedendole ogni mutamento e ogni contatto con il mondo esterno. Ma, simmetricamente, nulla è più ridicolo dell'atteggiamento di coloro che, per insicurezza e provincialismo, si rifugiano sistematicamente in un inglese caricaturale.
La cittadina belga di Waterloo (pronunciate come si scrive e tutti i suoi abitanti vi capiranno), diventa, così, con pronuncia assurdamente anglicizzata, "uòterlo".
Per quale demenziale motivo una giornalista radiofonica si sente in dovere di pronunciare "pèris" il nome della capitale di Francia?
L'indirizzo di posta elettronica diventa sulla carta intestata di una ditta italiana che ha contatti in lingua italiana con cittadini italiani, un grottesco "imail adress" (sic).
Un film incentrato sull'azione terroristica che ha insanguinato le Olimpiadi del 1972 è stato diffuso in Italia con il titolo "Munich", che è il nome inglese di Monaco (in tedesco München), la città sede di quelle Olimpiadi. Il motivo per cui una città tedesca sia stata chiamata in Italia con la sua denominazione inglese rimarrà per sempre misterioso.
Probabilmente l'Italia è l'unico paese del mondo civile nel cui governo si sia trovato per un certo tempo un ministero denominato in una lingua straniera (il ministero del Welfare). E' forse vergognoso preoccuparsi del benessere degli italiani, tanto da doverlo dire in un'altra lingua?
E perché i membri del parlamento, molti dei quali si dichiarano innamorati del proprio dialetto, devono essere convocati per un "meeting" invece che per una riunione, un dibattito, un convegno? Perché la giornata delle elezioni dev'essere chiamata "election day"?
Che cosa significa "la notizia ha colto di sorpresa l'intero board"?
E chiediamoci ancora: perché un'immagine - o diapositiva - deve diventare "slide", una banale panetteria "Pan shop center", e un giornaletto di notizie locali "Roccamia magazine"?
Molti poveri pensano di uscire dalla propria condizione esibendo un capo di abbigliamento con marchio falso, prodotto in un sottoscala da poverissime operaie e venduto per la strada da un povero ambulante. L'uso incongruo e sgangherato dell'inglese mi ricorda tanto quel marchio falso: il tentativo di apparire quello che non si è.