mercoledì 24 agosto 2011

L'Accademia della Crusca un must, doveroso supportarla

Fra le news del giorno spicca in maniera particolarmente eclatante la notizia last minute della cancellazione della Crusca : sì, proprio l’Accademia che tanto ha fatto per boostare la nostra lingua, per giunta con un team ai minimi termini che incide pochissimo sul budget del ministero. Una low cost solution, insomma, che si pensava al riparo di tagli e manovre. E infatti contro la proposta si sono levate diverse voci bipartisan tutte a sottolineare come il suo lavoro non stop abbia giocato un ruolo leader nel tutelare l’italiano, come è parlato dai native speaker, contro il trend dell’escalation pro-english. Fra gli altri, l’Ordine dei giornalisti annuncia un’agenda ben precisa di iniziative incentrate su una piattaforma no tagli. « Siamo determinati a stoppare questo nonsense », recita una press release dell’Ordine. « Pensiamo che la Crusca è un punto di riferimento eccitante per l’uso quotidiano della lingua italiana che è il nostro core business, e non si può assolutamente pensare di fare senza. La lingua ha bisogno di governance, ormai è cominciato il count down e rischiamo di sprofondare nell’italiano trash. Proponiamo fra l’altro che tutti i fan dell’Accademia si organizzino come testimonial su Twitter per creare un Crusca Day così che l’ italiano non perda la sua audience e resti operazionale il suo più autentico sponsor. Yes, we can ! »

Cristina Cona

domenica 31 luglio 2011

Ovvero?

La congiunzione "ovvero" è sempre stata usata con funzione esplicativa: "cioè", "ossia", "intendo dire".
Esempi:

... è stato premiato con una borsa di studio, ovvero una somma che gli consente...

... l'autore della "Vita nova" ovvero Dante Alighieri...

Un giorno un burocrate ha deciso, per chissà quale capriccio, o per pura e semplice asinità, che "ovvero" dovesse essere usato - al posto di "oppure" - per indicare l'opposizione fra due possibilità che si escludono reciprocamente.
Da quel momento nei testi burocratici - e solo in essi - si può leggere:

... il lavoratore può scegliere il sistema retributivo ovvero il sistema contributivo.

... nelle strade a due corsie ovvero a corsia unica...

Con conseguente attacco di cefalea ovvero mal di testa da parte di chi legge!.

domenica 24 luglio 2011

Medium, Media, Midia

Medium è un termine latino che porta con sé l'idea di "porre in mezzo" o "mettere in comune". Nel linguaggio dei fenomeni paranormali il medium è colui che si pone fra il mondo dei vivi e quello dei defunti, mettendo in comunicazione gli uni con gli altri. Di qui l'uso di chiamare media (plurale di medium) i mezzi di comunicazione, che permettono di stabilire un collegamento fra  chi emette un messaggio e chi lo riceve. Quest'uso è partito dagli Stati Uniti (ricordiamo che nella lingua inglese i termini latini sono molto più numerosi di quanto si pensi), ma non si riesce a capire per qual motivo, se gli anglofoni non sanno pronunciare correttamente la parola media e la trasformano in mìdia, gli italofoni debbano seguirli su questa ridicola via.
I mezzi di comunicazione di massa che invadono in modo martellante la nostra vita quotidiana sono dunque media (plurale di medium) e non midia.




venerdì 22 luglio 2011

L'inglese dei poveri

Nulla è più inutile e improduttivo del purismo, l'atteggiamento di chi pensa di poter utilizzare una lingua italiana imbalsamata, impedendole ogni mutamento e ogni contatto con il mondo esterno. Ma, simmetricamente, nulla è più ridicolo dell'atteggiamento di coloro che, per insicurezza e provincialismo, si rifugiano sistematicamente in un inglese caricaturale.
La cittadina belga di Waterloo (pronunciate come si scrive e tutti i suoi abitanti vi capiranno), diventa, così, con pronuncia assurdamente anglicizzata, "uòterlo".
Per quale demenziale motivo una giornalista radiofonica si sente in dovere di pronunciare "pèris" il nome della capitale di Francia?
L'indirizzo di posta elettronica diventa sulla carta intestata di una ditta italiana che ha contatti in lingua italiana con cittadini italiani, un grottesco "imail adress" (sic).
Un film incentrato sull'azione terroristica che ha insanguinato le Olimpiadi del 1972 è stato diffuso in Italia con il titolo "Munich", che è il nome inglese di Monaco (in tedesco München), la città sede di quelle Olimpiadi. Il motivo per cui una città tedesca sia stata chiamata in Italia con la sua denominazione inglese rimarrà per sempre misterioso.
Probabilmente l'Italia è l'unico paese del mondo civile nel cui governo si sia trovato per un certo tempo un ministero denominato in una lingua straniera (il ministero del Welfare). E' forse vergognoso preoccuparsi del benessere degli italiani, tanto da doverlo dire in un'altra lingua?
E perché i membri del parlamento, molti dei quali si dichiarano innamorati del proprio dialetto, devono essere convocati per un "meeting" invece che per una riunione, un dibattito, un convegno? Perché la giornata delle elezioni dev'essere chiamata "election day"?
Che cosa significa "la notizia ha colto di sorpresa l'intero board"?
E chiediamoci ancora: perché un'immagine - o diapositiva - deve diventare "slide", una banale panetteria "Pan shop center", e un giornaletto di notizie locali "Roccamia magazine"?
Molti poveri pensano di uscire dalla propria condizione esibendo un capo di abbigliamento con marchio falso, prodotto in un sottoscala da poverissime operaie e venduto per la strada da un povero ambulante. L'uso incongruo e sgangherato dell'inglese mi ricorda tanto quel marchio falso: il tentativo di apparire quello che non si è.

venerdì 10 giugno 2011

Difendiamo anche il francese!

I vol-au-vent, scodellini di pasta sfoglia riempiti con prelibatezze varie, figurano spesso nel menu dei ristoranti di provincia. E spesso la lettura del menu provoca un sorriso, visto che pochi sono i ristoratori che si preoccupano di indagare sulla grafia di questo termine. Ecco che ci vengono proposti vol-ovan, vulvan, vul-vent, volvant e.. via fantasticando.
D'altra parte, nelle vetrine dei negozi, il roquefort diventa talvolta rokfor, una brioche diventa briosc... per non parlare della crema chantilly, a proposito della quale la creatività grafica non conosce limiti, visto che recentemente ho incontrato una scintillì! Eppure basterebbe un banale vocabolario...

sabato 4 giugno 2011

Accademia della Crusca oppure Hdemia dll Kruska?


Il servizio per la trasmissione di brevi messaggi (Short message service, il cui acronimo SMS è ormai universalmente usato per indicare i messaggi stessi), è diventato strumento fondamentale di comunicazione: sono miliardi i "messaggini" che ogni giorno in tutto il mondo volano da un'antenna all'altra spesso semplificando, talvolta complicando, la nostra vita quotidiana. Si sono ormai stabilite convenzioni, più o meno uniformemente accettate, che consentono di scrivere gli SMS con abbreviazioni. Diffusissimo, per esempio, l'usare k al posto di ch, o eliminare le vocali. Ma la pigrizia e l'abitudine portano a perversi risultati, sicchè anche al di fuori del mondo dei messaggini, per esempio nei forum o nei blog presenti su internet, si possono leggere espressioni come queste:

kualkunaltro rspndera

nn kredo ke la vedro, ma semai gli diro di nn venire

x kosa mi ai tel?

A questo punto non si può evitare di sentire un'immensa tenerezza per quegli indomiti difensori della purezza della nostra lingua, i quali (giustamente!) chiamano "pagina d'entrata" la "home page" dell'Accademia della Crusca (in attesa che qualcuno la ribattezzi Hdemia dll Kruska).

mercoledì 1 giugno 2011

Utilità del latino

L'agenzia di informazioni swissinfo.ch ha diffuso questo articolo, che riporto  in sintesi:

«Il latino è un valore-rifugio»

di Andrea Clementi, swissinfo.ch

 Una vera mobilitazione popolare (17.003 firme raccolte in un mese e mezzo), ha convinto il governo ginevrino a tornare sui suoi passi: la presenza del latino nei programmi scolastici non sarà indebolita.
 Il comitato promotore della petizione ha raccolto consensi anche oltre i confini cantonali: le adesioni, grazie a un'attiva campagna condotta in Internet e su Facebook, sono infatti giunte pure dalla Svizzera germanofona e dal Ticino. L'esito insperato dell'azione di sostegno – i promotori miravano a 10.000 firme – ha quindi convinto il governo ad modificare il progetto.
«Il risultato ottenuto ha stupito noi per primi: ci siamo resi conto che per molte persone il latino è come l'oro, cioè un valore-rifugio. Una parte importante della popolazione ritiene infatti questa lingua un punto di riferimento», rileva Claude Antonioli, docente di latino al Liceo Rousseau di Ginevra.
«Più che una lingua morta, il latino va considerato una lingua madre. Studiandolo, l'allievo acquisisce una prospettiva storica, culturale e nel contempo riesce a comprendere meglio le basi linguistiche e grammaticali della sua lingua», sottolinea Andrea Jahn, vice-presidente dell'Associazione svizzera dei filologi classici nonché professore di latino al Liceo di Lugano.
Andrea Jahn ricorda poi che «in un mondo come quello attuale, caratterizzato da esigenze di tipo tecnico ed economico, occuparsi in maniera approfondita della traduzione contribuisce certamente a migliorare la padronanza della lingua di arrivo».
Claude Antonioli aggiunge: «Il grande pregio dello studio delle lingue antiche come il greco e il latino è l'aspetto… avventuroso. Occuparsene significa infatti interrogarsi di continuo in merito al senso di una parola, alla sua posizione nella frase, alla migliore traduzione. La persona è quindi obbligata a prendere costantemente delle decisioni, ciò che costituisce un sicuro vantaggio nel percorso formativo».
Continua Jahn: «il latino è una materia che educa al rigore, alla costanza e alla formalizzazione del pensiero. Si tratta di qualità sicuramente apprezzate sul mercato attuale del lavoro, anche se ovviamente il latino non costituisce l'unico criterio per l'assegnazione di un impiego».
In merito al concetto di utilità, Jahn osserva: «Molto dipende da come definiamo ciò che "utile". Sono convinto che insegnando materie "inutili" – come le lingue antiche, la letteratura, le arti – si trasmettono conoscenze e una disciplina mentale che risulteranno preziose anche nel mondo moderno, tecnologico e produttivo».
«Quello che abbiamo difeso e che difendiamo – conclude Antonioli – non è certo un privilegio di classe, bensì l'opportunità per tutti gli allievi di riflettere in una dimensione diversa, in cui possono prendersi un po' più di tempo per pensare».

lunedì 16 maggio 2011

Victor Hugo: Di chi la colpa?

Nella raccolta L'année terrible Victor Hugo (1802-18885) ha inserito il componimento poetico che riporto qui in parte. Penso che non abbia bisogno di commenti.



Tu hai incendiato la biblioteca?

Si, le ho dato fuoco.

Ma è un delitto inaudito! Commesso da te contro te stesso, pazzo!

Hai ucciso la luce della tua anima! Una biblioteca è un atto di fede

Di generazioni immerse nelle tenebre che nella notte testimoniano l’aurora.

Hai dimenticato che il tuo liberatore è il libro? Il libro è là in alto:

Brilla: poiché brilla e li mette in luce, distrugge il patibolo, la guerra, la miseria.

Esso parla: non ci sono più schiavi e miserabili.

Apri un libro: Platone, Milton, Beccaria; leggi questi profeti: Dante, Shakespeare, Corneille;

La loro anima immensa si sveglia in te; abbagliato, tu ti trasformi in essi;

Leggendo, tu diventi saggio, pensieroso e dolce; senti nel tuo spirito crescere questi grandi uomini.

Il libro entra nel tuo pensiero e scioglie i legami che uniscono errore e verità.

Esso è il tuo medico, la tua guida, il tuo difensore: ecco ciò che tu perdi, e per tua colpa! Il libro è la tua ricchezza!

E’ il sapere, il diritto, la verità, la virtù, il dovere, il progresso, la ragione che dissipa il delirio. E tu, tu lo distruggi!


Non so leggere.



Victor Hugo

traduzione e riduzione da: A qui la faute?

domenica 24 aprile 2011

Italiano intraducibile

Fino a ieri credevo che "Fenomenologia" fosse un ternine filosofico, usato prevalentemente da G.Hegel all'inizio dell'Ottocento e da E.Husserl circa un secolo dopo. Oggi apprendo che  fenomenologia significa pioggia: pochi minuti fa infatti ho sentito dire da un meteorologo: "Si prevedono piogge nel pomeriggio; la fenomenologia si accentuerà nel corso della notte..." (con ogni probabilità il buon uomo intendeva dire "fenomeni", ma bastava dire "si prevedono piogge che si accentueranno...).
 D'altro canto, la paura della normalità e della chiarezza è diffusa fra tutte le classi sociali e tutte le professioni. Il dirigente di ente pubblico non scrive: "favoriremo l'organizzzione di corsi di aggiornamento" ma "agiremo nell'ottica di supportare ogni iniziativa volta a consentire l'articolato e puntuale aggiornamento del personale". Il suo sottoposto non "informa" ma "trasmette un'informativa", non affronta "problemi" ma - chissà perchè - "problematiche", non parla di "argomenti" ma di "tematiche" e quando - dulcis in fundo - si mette d'accordo con l'idraulico affinchè questi venga a riparare un rubinetto che gocciola non gli chiede "a che ora pensa di venire?" ma "mi può indicare una tempistica?". Come ben sanno i poveri traduttori ciò rende certi testi italiani assolutamente intraducibili visto che molte altre lingue, e in particolare l'inglese, non conoscono neppure lontanamente simili contorcimenti e ampollosità.

lunedì 11 aprile 2011

Recensione: Gustavo Zagrebelsky - Sulla lingua del tempo presente - Einaudi editore, 2010, pp. 58, € 8,00

La mente, dicono i filosofi, ha la fondamentale funzione di costruire un modello della realtà nella quale ci muoviamo, allo scopo di comprenderla e controllarla. Si tratta di realizzare una sorta di personale carta geografica nella quale ogni elemento del mondo assume una posizione legata alla cultura, alle esperienze individuali, alle specifiche necessità. In quest'ambito, le parole diventano i punti di riferimento, al tempo stesso individuali e collettivi, di cui ci serviamo per orientarci e per progettare le nostre azioni. Più numerose e specifiche sono le parole, più dettagliata è la nostra carta geografica ideale, più articolata è la nostra visione del mondo. La degenerazione patologica di tutto ciò è l'uso di pochi termini ripetuti ossessivamente, l'incapacità di introdurre nel lessico concetti nuovi. In questo suo ultimo saggio, Gustavo Zagrebelsky passa scrupolosamente in rassegna una serie di luoghi comuni linguistici e denuncia il rischio che i cittadini vivano immersi, senza rendersene conto, in una rete di significati che, in modo più o meno subdolo, strutturano la loro esperienza, danno forma ai loro rapporti sociali e, in ultima analisi, regolano e limitano le loro possibilità di pensare criticamente e di comunicare. Noi non solo pensiamo in una lingua, ma la lingua "pensa con noi" o, addirittura, "per noi". Il linguaggio usato dalla politica e amplificato dai mezzi di comunicazione di massa ruota attorno a espressioni che ricorrono con sempre maggior frequenza, si fanno senso comune, sono spesso udite ma non capite a fondo. Cercare, se non di dipanare, almeno di mettere a fuoco i fili di questa matassa, è un modo, afferma Zagrebelsky, per resistere alla forza omologante del linguaggio. Si tratta di svelare collegamenti nascosti dietro parole che, per lo più, ci sono consuete e che, proprio per la loro quotidianità, insinuano nella nostra mente significati che esse, al tempo stesso, mascherano, trasmettono e amplificano. Trattando questi temi, sarebbe naturale supporre, osserva Zagrebelsky, di avere a che fare essenzialmente con la lingua di chi ci governa, con la linguadi chi domina la scena attraverso la comunicazione, ma spesso non è cosí. Si incontrano infatti espressioni che sono ormai comuni, che piacciono a destra come a sinistra, che perciò sono adottate da tutti. Questo fenomeno è casuale oppure è il segno di qualcosa che si può definire omologazione, difetto di visione politica propria, cedimento, vuotaggine degli uni che si riempie di contenuti presi a prestito da altri? O, ancora, è segno di appartenenza al medesimo sistema di simboli e valori, e quindi di potere: un sistema, in questo senso, totale, creatosi e chiusosi sulle nostre teste, che tende a inglobare tutte le possibilità di riflessione senza lasciare spazi di autonomia? La risposta non è ottimistica: secondo Zagrebelsky ci troviamo di fronte ad una vera e propria malattia degenerativa della vita pubblica, i cui sintomi egli descrive attraverso l'analisi di undici espressioni (come "Contratto", "Amore", "Prima Repubblica", "Tasche degli Italiani"...), che ormai da anni hanno invaso la carta stampata e i dibattiti televisivi. Esiste una cura per questa malattia? Esiste, ed era già stata indicata, sempre dal nostro autore, in un saggio del 2007 ("Imparare democrazia"). Si tratta di reimpadronirci della lingua, di rifiutare il manicheismo che nasce dalla opposizione meccanica fra "buoni" e "cattivi", di sfuggire alla banalità e allo squallore degli slogan. Si tratta di ricordare che: "Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo si e no, saremo pronti per i plebisciti e quando conoscessimo solo più i si, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone".